Empowering Women with Permaculture: intervista a Looby Macnamara

Quanto potere può appartenere ad una donna. E quanto può riconoscerlo rispecchiandosi in altre donne. Saggezza ancestrale, saggezza che affonda radici nella terra, con la sua chioma visionaria.

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Looby Macnamara e Francesca Scafuto

Sono al corso Empowering Women with Permaculture, e conosco lei, l’autrice di People and Permaculture: Looby Macnamara.

Chi è Looby? La prima risposta che sento è nei suoi occhi neri e grandi, si sbarrano d’improvviso sull’onda dell’entusiasmo e dell’incanto, e nella sua voce scura che accompagna l’affacciarsi di un sorriso pronto.

Come il guizzo di una intuizione che le corruccia la fronte. La sua mimica e la sua carnagione hanno poco del contegno inglese, scopro infatti che ha antenati indiani.
La incontro il giorno prima del corso, prepara mappe e scrive su fogli colorati, la aiuto. Avverto subito la cura e la bellezza che infonde al processo, alla sua germinazione. Parliamo e sbucciamo cipolle, lasciamo che il riso cuocia nella acqua bollente della pentola, coperta da stracci e riposta in una borsa termica, risparmiando fuoco.

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Materiale al corso Empowering Women with Permaculture tenuto da Looby Macnamara

Inizio ad intervistarla. Ho una griglia semi strutturata, il resto delle domande verrà da sé. Iniziamo prima del corso e terminiamo l’ultima sera, quando tutti sono andati via e restiamo sole, allora ho anche il tempo di registrare. Una intervista a più riprese, da una parte la mia curiosità e dall’altra la sua storia in cui immergermi che ha continui rimandi nella mia.

Partiamo dall’inizio…Come nasce l’idea di People and Permaculture?

La permacultura è nata come sistema di progettazione per l’agricoltura, ma si è poi allargata ad una definizione più ampia, con i suoi principi e metodi può diventare rilevante per ognuno di noi. Come possiamo usare per esempio la permacultura per curare noi stessi e gli altri? Questa è stata la domanda che ha motivato la stesura del mio libro People and Permaculture.

Se noi viviamo in contesti urbani per esempio, come possiamo usare la permacultura come logica, framework per migliorare il nostro benessere emozionale, la nostra resilienza, per avere relazioni più salutari, per avviare un’impresa efficace, per comunicare con gli altri etc. etc

In questo disegno generale, come nasce poi il desiderio di lavorare su Empowering Women with Permaculture?

“L’impossibile può diventare possibile” è la frase che ha ispirato il mio essere qui. Applewood in Herefordshire, dove sono da appena un anno. La prima cosa che ho visto è stato il luogo del fuoco. L’ispirazione è stata un cerchio attorno al fuoco. Prima ancora della casa da abitare o qualsiasi altra funzione ed uso da progettare.

Penso al cerchio attorno a cui da lì a poco saremo insieme a donne che “cercano cerchi” in cui connettersi, in cui sentire il proprio design web, traccia del proprio empowerment personale e collettivo.

Gufi nella notte, luna piena e il nostro sacro fuoco dove condividiamo canzoni, poesie, storie e performance. La delicatezza e la profondità dell’ascolto diventa magia, ognuna sente supporto e rafforzata la sua energia. Rispecchiamento in voci sagge che parlano piano, rispecchiamento in danze selvagge che sanno di amorevolezza. Rispecchiarsi in menti acute che sanno di reti, connessioni logiche e progettazione, rispecchiarsi in donne forti che armeggiano tagliando staccionate, potando piante, segano e inchiodano, sfrondano, fanno pulizia, progettano e realizzano bellezza e utilità.

La voce delle donne, a livello globale, non è ascoltata. Ma avviene qualcosa di speciale quando le donne si riuniscono, si riscoprono e si supportano reciprocamente. Con Maddy [ndr Maddy Harland], abbiamo pensato che era possibile usare la progettazione in permacultura ed i suoi principi per supportare il nostro viaggio, per superare dei blocchi che sentiamo, essere consapevoli dei nostri costrutti culturali su cosa significa essere donne, per poi arricchire e sviluppare il nostro potenziale. Noi ci riuniamo non solo per noi stesse, ma per liberare la nostra voce, perché possiamo far sentire una voce più grande in questo pianeta di chi guarda le ingiustizie che accadono a livello sociale, ambientale, e opera per il cambiamento, la svolta. Abbiamo il potere di cambiare le cose, e abbiamo bisogno di credere che possiamo cambiare e così le cose inizieranno a cambiare.

Maddy Harland Donne permacultura
Maddy Harland editor Editore di Permaculture Magazine & Permanent Publications

Ascolto le sue parole con cuore aperto. Ritorno nel vissuto di non essere ascoltata, anzi al blocco della voce. Ripenso al motivo che mi ha risvegliato la forza di andare e mi ha portato navigando nell’incertezza, qui ora davanti a lei. Risento quelle voci che mi hanno ordinato di non parlare durante un incontro che avrei dovuto facilitare, come era nel mio ruolo, nel mio lavoro retribuito. Il silenzio è d’oro, ma non quando senti che stare zitta può significare essere complici di una vecchia modalità di agire in separazione, in competizione, la logica che ci ha portato ai problemi che conosciamo oggi: il vecchio paradigma.

Risento la mia sofferenza per l’incoerenza, come posso da donna disempowerizzata lavorare per l’empowerment di gruppi ed organizzazioni? Potrei lavorare solo in una tecnocrazia, preoccuparmi dell’organizzazione, a prescindere dalla relazione, da ciò che c’è sotto, dalla politica, dallo spirito, dalla logica e dal cuore che ne è alla base. Il cuore mi brucia e la gola riprende a sentire il suo blocco, le tante volte che non ha potuto pronunciare parole, perché non ancora conosceva la parola per dire e dicendo agendo, liberando in voce emozioni ed energia vitale, nella gioia così come nella rabbia e nel dolore. Mi immergo nella mia impotenza, ed è quella che mi dà oggi lo scatto per agire. Essere qui e sentire il mio potere. Di donna. Forte con altre donne e con le sue ferite.

Grazie Looby.

Riprendo la connessione con la mia testa, e ripenso alla parola empowerment. Centrale nella Psicologia di comunità, branca della psicologia in cui mi rispecchio e lavoro. E riprendo il filo in questo flusso costante tra il dentro ed il fuori.

Il costrutto di empowerment è noto nella psicologia di comunità, la sua definizione risale ad autori come Rappaport e Zimmerman, e conosce più dimensioni e livelli da quello individuale a quello di comunità. Cosa intendi tu per empowerment, a cosa esattamente ti riferisci?

Mi riferisco ad una connessione profonda con noi stessi, con i nostri doni e la nostra verità. Quando ci sentiamo empowered nello stato naturale dell’essere, noi siamo allineati internamente con la verità più profonda che percepiamo, ed esternamente con altre persone, allineati con i nostri scopi comuni e siamo capaci di osservarci e trovare il nostro contributo nella vita. Connessione con sé, con gli altri e con la natura: tre dimensioni fondamentali.

Secondo la tua esperienza, cosa è davvero importante nell’acquisizione di tale connessione che tu chiami empowerment?

Hopefulness. Il senso di speranza. E’ necessario avere una visione grande per noi stessi, che ci guida e credere, sentire che possiamo conseguirla. In questo processo, ho riscontrato che è utile raccontare storie di persone che hanno realizzato, stanno realizzando i loro sogni. Le storie formano altri modelli con cui possiamo confrontarci e che possiamo interiorizzare. Ci possiamo sentire empowered, rispecchiandoci in chi è diventato più pienamente se stesso, nel vedere, sentire come gli altri siano riusciti a cambiare le loro vite e sé stessi.

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Attività di ascolto profondo al corso Empowering Women with Permaculture

Così quello che state facendo in Italia, traducendo e raccontando le storie che accadono altrove, come qui in Inghilterra, è un lavoro empowering, che crea le premesse perché si realizzi l’empowerment. Questo senso di connessione ad una comunità più ampia, questo sentirci parte di un cambiamento globale che sta accadendo in tutto il mondo, è la spinta che ci porta a sentire e rafforzare il nostro potere personale.

Trasferire storie e comporre altri modelli: una nuova narrazione.
Mi viene in mente che così come il sé individuale è il frutto di una nuova narrazione della nostra storia personale, anche il sé globale può essere il frutto di una narrazione diversa ma collettiva. Una narrazione che potrebbe far parte di un nuovo paradigma, di quella che tu definisci Cultural Emergence, che possiamo tradurre con “emergenza culturale”?

Noi siamo in una cultura dell’emergenza, intesa come attitudine costante all’urgenza di trovare soluzioni rapide ai problemi applicando spesso la stessa logica che li ha creati, invece abbiamo bisogno di passare ed affidarci ad una cultura intesa come emergenza inattesa dall’incontro tra più elementi.

La cultural emergence comprende strumenti, pratiche e principi che ho ideato insieme a Jon Young. Come una sorta di saggezza, comprensione che noi cerchiamo di trasmettere, pur venendo da luoghi diversi, lavoriamo sul margine, e ci chiediamo come possiamo semplificare tutto questo, in un modo che sia intellegibile e facilmente trasmissibile ad altri. Abbiamo iniziato ad interrogarci con una ampia domanda: “Come possiamo trasformare la nostra cultura?

Rispondere a questa domanda, non significa trovare una “monocultura” e diffonderla in tutto il mondo. Noi pensiamo che i problemi sociali ed ambientali che accadono in tutto il mondo siano il risultato di una cultura, un paradigma culturale, che dà risalto costante a priorità, sistemi di credenza, e ad una mentalità, caratterizzata dall’assunto di scarsità di risorse e quindi di competizione per accaparrarsele.

E così che la priorità diventa fare soldi, e l’economia un obiettivo anziché un mezzo. Così non è una priorità ciò che logicamente lo sarebbe come risolvere il problema della fame e della denutrizione. Possiamo noi trovare un modo attraverso cui trasformare il paradigma culturale, arrivare ad una cultura di connessione, di pace e sicurezza? Possiamo trovare luoghi e spazi, dove la priorità è la cura della terra, delle persone e degli altri esseri viventi?

Allora come possiamo operare la svolta, il cambiamento? Credi che abbiamo le soluzioni ai problemi di cui hai parlato?

Non sappiamo quale sia il punto di svolta per il cambiamento climatico, può essere che tu sia la persona che aggiunge qualcosa alla soluzione, anzi diventa capace di attuarla.

Noi abbiamo tante soluzioni, ma non siamo capaci di attuarle perché abbiamo altre priorità nella nostra agenda. Non è una priorità per esempio per la maggior parte delle persone vivere in contatto con la terra, essere capace di lavorarla e assecondarne i ritmi. Quando creiamo occasioni e modi in cui le persone possono incontrarsi ed interrogarsi su quali siano le soluzioni e come agirle, emerge tanto e tanto di inatteso.

L’idea con il paradigma della cultural emergence è che noi non sappiamo cosa accade. Questo paradigma deriva dalla teoria dei sistemi. Dall’incontro di più unità, a livello sistemico emergono proprietà, caratteristiche, nuove qualità che a livello più piccolo non avevamo e non osservavamo. Guardare con un approccio sintetico alla realtà significa mettere in connessione informazioni ed arrivare a comprendere la coerenza. Crediamo che ci siano strumenti per arrivare ad una emergenza culturale di massa, dove abbondanza, gratitudine, cura e connessione siano parte della cultura quotidiana.

A me piace usare l’esempio della torta, mettiamo uova, zucchero, farina…tu non puoi esattamente capire quando mangi tutti gli ingredienti differenti che ci sono, così come noi non sappiamo come il cambiamento avverrà, noi siamo solo una piccola parte di questo cambiamento. L’idea della cultural emergence ci dà speranza e ci fa sperare che possiamo dare il meglio, anche se non sappiamo a cosa esattamente porterà. Non sappiamo realmente se arriveremo ad un sistema che sostiene la vita, ma abbiamo la responsabilità di agire come se la transizione stia succedendo, come se il nostro meglio possa essere utile per creare ciò in cui crediamo a livello globale.

permacultura donne zona 00Mi viene in mente che un punto di connessione tra la psicologia di comunità e la permacultura sociale, se così vogliamo definirla, oltre al costrutto di empowerment è senz’altro la visione sistemica ed ecologica, a cui tu stai accennando. Secondo tale prospettiva, esistono vari livelli di comprensione e di intervento in un contesto: micro/individuale;meso/comunità; e macro/politico-strutturale. A quale livello pensi che sia diretto il lavoro che tu promuovi e a quale livello si dirige l’azione del movimento di permacultura oggi in questa sua fase storica?

Tutti questi livelli, credo, siano importanti. La permacultura e la cultural emergence possono lavorare su tutti e tre i livelli. Quando cerchi di cambiare qualcosa che sia più di te stesso, contemporaneamente non puoi omettere di guardare te stesso. Non puoi cambiare le organizzazioni, se non vuoi guardarti dentro, se non sei disposto a cambiare i tuoi pattern, i tuoi modelli di comportamento, i tuoi modi di pensare. Ovunque ci dirigiamo, portiamo fuori ciò che siamo, le nostre priorità e la nostra cultura si irradia e può cambiare la cultura del gruppo. È importante avere consapevolezza di sé, in permacultura noi la chiamiamo la zona 00.

Il movimento di permacultura in questa fase storica sta attualmente conoscendo un cambiamento, sta cercando una maggiore coesione a livello internazionale e sta lavorando ad un livello più macro, politico ma anche di organizzazioni, di comunità.

Lo scopo della cultural emergence è creare una narrazione che unisce le persone. Non solo il movimento di permacultura, ma tutti i movimenti, le persone che lavorano per il cambiamento. Come possiamo connetterci, fare in modo che la nostra voce sia sempre più forte ed invitare gli altri ad essere parte di questo cambiamento? Ci sono tante persone nel mondo che conoscono i problemi, vorrebbero essere parte del cambiamento ma non sanno dove andare, come iniziare, se il loro contributo fa o meno la differenza.

Quali strumenti credi siano rilevanti per avvicinare chi non crede che il cambiamento sia possibile o non crede che il suo contributo può fare la differenza?

Penso alla semplice pratica della gratitudine, che può essere un primo livello, fondamentale per tutti. Iniziare una giornata, iniziare un incontro, un pranzo, a partire dalla gratitudine. Spostarsi da una cultura della lamentela, in Uk è così non so come è in Italia. C’è sempre qualcosa di cui lamentarsi, il tempo è piovoso, è troppo umido etc.

In realtà, in qualsiasi cosa accade, noi possiamo trovare dei benefici. Questo è il vero cambiamento di mentalità. Possiamo sentirci grati per ciò che abbiamo. Noi abbiamo un computer, abbiamo internet, possiamo comunicare in tempo reale con tutto il mondo. Questo è meraviglioso, una potenzialità di connessione che mai finora la nostra specie aveva conosciuto. Anche il lavoro di Joanna Macy, il lavoro che riconnette, inizia dalla gratitudine per poi andare nella sofferenza per ciò che è stato causato alla nostra terra e la riconciliazione.

Ora passiamo all’ultima domanda: che suggerimento daresti ad un aspirante autore di permacultura?

Io penso che l’unica cosa che può fare è davvero semplice: assumersi l’impegno di scrivere, iniziare e credere. Basta avere una penna, un computer e solo iniziare! Quando hai una idea, anche una frase, due parole, afferrale, prendi nota e conserva energia. “Catch and store energy” è un principio essenziale. Soprattutto non pensare di dover avere già tutte le risposte prima di iniziare a scrivere, così come prima di iniziare qualsiasi progetto.

donne permacultura corsoC’è qualcosa che vorresti aggiungere, che non ti ho chiesto?

A parte farvi i complimenti per il lavoro che state realizzando, ad augurarmi che troviate una casa editrice italiana che voglia pubblicare People and Permaculture… ciò che vorrei aggiungere è solo questo “Ovunque siano le persone, possono essere parte della nuova cultural emergence e sentire che stanno dando il loro contributo…ovunque”.

Ho finito l’intervista. Intanto il sole che ha graziato i nostri giorni, torna a nascondersi dietro le nubi. La pioggia lievemente rinvigorisce una natura selvaggia, qui ad Applewood, Herefordshire. Dove una donna di nome Looby ha dato sostanza al suo sogno, a partire da una frase “L’impossibile può diventare possibile” tra alte felci, meli, girasoli, pecore nere e grosse, respirando abbondanza. Perché tutto è abbondanza, anche nelle sue ombre, nelle sue polarità, nei chiaroscuri…nel dolore, nel senso di solitudine di pionieri o semplicemente di umani. Non importa dove andare, se siamo già arrivati. Ora e qui ci siamo. Ovunque.
Tornata in Italia, come in una coincidenza magica quanto oramai ordinaria, qui a Pantarei mi connetto ad amici empowered con cui mettiamo su un gruppo che prende a cuore il progetto di traduzione e diffusione del libro di People and Permaculture. Così che l’auspicio di Looby, è già in parte una realtà.

Il primo step è stato materialmente e simbolicamente costruito!!!

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Francesca Scafuto
Come definirmi? A guardare il mio curriculum, direi che sono una persona curiosa da molti interessi che sono diventati di volta in volta un lavoro diverso, o meglio esperienza che ha ampliato e stimolato la mia crescita professionale ed umana. Sono psicologa, mi specializzo in Psicoterapia dell’adolescenza e dell’età giovanile ad orientamento psicodinamico, ma oltre ad intervenire sugli individui e a valle del disagio, inizio poi ad interessarmi ai contesti in cui la sofferenza si origina, a monte. Mi addottoro in Psicologia della salute e della prevenzione del rischio individuale e sociale, con una tesi di dottorato con label europeo in psicologia di comunità, interessandomi di partecipazione civica e di effetti psicosociali della contaminazione ambientale, in particolare da rifiuti (sono originaria della cosiddetta “terra dei fuochi”) che mi porterà anche all'estero per svolgere parte della mia ricerca. Inizio quindi a realizzare ricerche che uniscano la psicologia con l’ecologia, alcune delle quali pubblicate su riviste scientifiche internazionali, su temi che riguardano la partecipazione e l’empowerment di comunità, il comportamento ecologico, e divento cultrice della materia in “Metodologie della ricerca in psicologia di comunità” ed in “psicologia sociale” presso due dipartimenti di Ateneo dell’Università Federico II di Napoli (scienze relazionali, attuale Teomesus, e scienze politiche), con incarichi di docenza. Al sapere accademico, coniugo l’amore per la ricerca-azione, la conoscenza che si sviluppa solo attraverso l’intervento tras-formativo dei sistemi “in cui” e “con cui” si interviene, ed inizio a lavorare sia nel campo della progettazione sociale e della formazione per il Terzo Settore, sia nel campo della progettazione partecipata per i piani urbanistici comunali. Coordino e realizzo progetti di urbanistica partecipata di diversi comuni italiani e collaboro con associazioni non profit per progetti regionali, ministeriali ed europei. Scopro il mondo della facilitazione, coniugando tecniche di diversa tipologia (es. strumenti di teatro dell’oppresso, ecologia profonda, e tecniche di progettazione), che coinvolgano livelli cognitivi, emozionali, energetici e di espressione corporea, non tralasciando l’importanza della coerenza rispetto ad obiettivi e bisogni del contesto e della sistematicità, derivanti dall'adesione ad un’impostazione più accademica. La mia attività sociale e cooperativa prosegue avviando nel tempo percorsi di promozione locale di modelli di economia sociale e di uso di beni comuni e valorizzazione delle risorse della terra, per poi divenire membro del Trust Panta rei, centro di sviluppo sostenibile, condividendo il sogno di Bene Comune con una comunità di più di 100 persone. Sono socia dell’istituto The Human Path, associazione che mira allo sviluppo del potenziale umano, attraverso un approccio ecologico/olistico ai processi di salutogenesi. Nella mia crescita personale, l’arte mi ha sempre accompagnato, in particolare la pittura ad olio. Partecipo ad alcune mostre ed inizio ad utilizzare l’arte in diversi laboratori, come mezzo di espressione del “mistero attraverso il mistero” ma anche come spinta, necessità interiore, rivelatrice di Altro che ci trasforma. Attualmente il mio percorso professionale, prosegue come psicologa di comunità per la promozione della salute e dell’empowerment di individui, gruppi e comunità in un paradigma epistemologico di ricerca-azione, e come psicoterapeuta con un modello psicodinamico che si integra con la mindfulness psicosomatica.