La Miseria e il Re ferito

Sara Elka Carozzo ci parla della Miseria, Commelina vulgaris. Pianta di origine asiatica, inselvatichita nei giardini urbani. E' un'infestante con fiori piccoli ma splendidi e dalla struttura assai complessa.

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miseria Commelina vulgaris

Che nome gramo, direte. In effetti non è un nome particolarmente allegro; è la denominazione popolare della Commelina vulgaris , una pianta d’origine asiatica naturalizzata anche qui in Italia, di cui si trovano molte varianti anche da giardino, con fiori e foglie di colori diversi.

Quella che mi è cara, è quella con le foglie verdi e i fiori indaco e bianco, che cresceva nel cortile davanti alla cantina della casa dei miei nonni, insieme solo al muschio e a qualche ciuffo di Parietaria.

Non so se sia vero, ma io da quel primo incontro ho sempre pensato che il nome Miseria sia dovuto al fatto che vive anche nei luoghi ostici, freddi e poco luminosi, ed infatti la si trova spesso lungo i torrenti. Certo, sono tante le piante che si sono ritagliate il loro habitat dove molte altre non riescono a crescere, ognuna con una sua strategia, e la resilienza della Natura mi tocca sempre.

Però la Miseria mi piace particolarmente

Nei racconti arthuriani, quelli che parlano di cavalieri erranti alla ricerca di coppe magiche, di dame nei castelli sotto ai laghi e di spade fatate, si trova a volte nominata la Terre Gaste o Waste Land in inglese, cioè la Terra Guasta, la Landa Desolata, ovvero un terra in miseria, inospitale, in cui non cresce più nulla. Spesso la landa si trova in questo stato perché il Re è ferito, e visto che nelle storie il Re è lo sposo della terra, regna grazie al suo rapporto privilegiato con la terra, essa diviene sterile, è anch’essa ferita nella sua vitalità.

A volte, credo che succeda anche a noi, ad alcune parti dentro di noi, che vengano ferite, e niente, diventano deserte, non ci cresce più nulla, diventano inospitali alla vita, e restano lì a farci male, minacciando di rendere deserto anche ciò che con queste parti offese confina.

Quando vedo la Miseria però, penso che lei fiorirebbe anche nella Guasta Terra. E’ una piantina da niente, si accontenta di poco, eppure il colore dei fiori è bellissimo, il portamento anche se prostrato è aggraziato.

la miseria pianta spontaneaMi ricorda che la vita, la vitalità, sono tenaci, anche se in maniera lenta, tornano sempre. Pure quando quei germi, quei germogli piccoli e verdi di rinascita ci fanno quasi male anch’essi, ci fanno paura: a volte, davvero, si vorrebbe chiudere la porta sulle nostre lande desolate interiori, buttare via la chiave in qualche pozzo profondo e cercare di andare avanti seppur arrancando, andare avanti senza più pensare a quella desolazione. Non guardarla più.

Eliot, in un poemetto intitolato appunto The Waste Land, dice che aprile è il mese più crudele, ed io personalmente ho sempre pensato che non fosse vero manco per finta, figurarsi, la primavera è una stagione bellissima! Ma in effetti, quando la primavera apre i germogli nella Landa Desolata, quando la Miseria fiorisce laddove c’è il deserto, nonostante il deserto, beh, non lo si può più ignorare.

Si deve guardare quel luogo inaridito e farci i conti; prima o poi passa sempre un cavaliere in cerca a fare proprio quelle domande cruciali, spesso scomode, che però servono per guarire il Re e la Terra.

La Miseria a me dice questo, che tocca lottare anche per il deserto, che anche quando decidi che per te la partita è finita, che va bene, regni pure l’inverno per sempre, prima o poi arriva qualcosa a dirti che manco per sogno, anche se sei stanco, ferito e menomato.

Dice, eh no caro, adesso ti rimbocchi le maniche per la milionesima volta e vai avanti. Dice, mi dispiace, lo so che non ti sembra di averne la forza o il coraggio, ma adesso si fiorisce di nuovo, dai, su.

La Miseria viene e ti tira fuori da quell’angolo buio dove ti eri rintanato, ed è implacabile quanto mia madre quando andavo al liceo e mi tirava giù dal letto al mattino, anche quando era gennaio, pioveva e non avevo studiato.

Che poi questo legame uomo-terra mi suona sfrenatamente antropocentrico, però so che nelle storie tutto è simbolo di qualche dinamica interiore, ed effettivamente a guardarlo in questa maniera non mi sembra manco così strano: certo che uomini feriti, inconsapevoli, ignoranti, rendono deserta la terra (quella fisica e quella emotiva), basta guardarsi intorno per vedere che in effetti è proprio quello che sta succedendo, che stiamo facendo.

E allora eccola lì, la Miseria, che cresce imperturbabilmente e mi suggerisce: regà, eh sì, state creando una landa desolata, guardatela bene, fino in fondo, e vedete voi cosa dovete fare.

Cioè, capite a volte che maestre intransigenti e severe siano le piante?

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Sara Elke Carozzo
La prima volta che ho sentito parlare di Permacultura è stato nel 2011: tramite l’agricoltura sinergica sono arrivata alla Tabacca, un progetto in permacultura sulle alture di Genova Voltri. Nel 2013 lascio gli studi di lettere classiche per iniziare a viaggiare in Italia e all’estero, e scoprire possibilità alternative al solito iter studio-lavoro-casa, tramite wwoofing, volontariato e soggiorni in comunità e realtà rurali. Intanto la collaborazione con la Tabacca diventa più stretta, e nel 2016 mi stabilisco per un periodo nelle vicinanze, collaborando con la comunità del luogo e seguendo un PDC. In tutti questi anni porto avanti l’amore e la curiosità per le piante spontanee e officinali, la loro storia ed il loro utilizzo; questo seme prezioso, trasmessomi da mia madre, viene innafiato con gli studi e la vicinanza quotidiana, crescendo con me. Fondamentale è stato anche il percorso svolto con vari gruppi di donne dalle quali ho preso e dato conoscenze, energia, ascolto, comprensione, amore. Questo insieme di cose mi ha portato ad interessarmi oltre che di permacultura, anche di vita comunitaria, autosostentamento e autoproduzione, botanica e storia della medicina naturale e ad un tipo di spiritualità che potrei definire “ecologica”. Le parole con cui immagino il mio futuro sono “comunità”, “autosostentamento”, “natura”, “amore”, “creatività”, “femminile”, “scrittura”.