Il pianeta delle mucche

Gli allevamenti intensivi, inquinano più di ogni altra cosa e sono corresponsabili del cambiamento climatico, del consumo di acqua e territorio, di carestie, fame e migrazioni di massa. Ecco perché dovremmo cambiare dieta

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allevamenti intensivi
di Silvano Ventura - direzione@viveresostenibile.net

Oggi siamo 7 miliardi e macelliamo ogni anno 60 miliardi di animali; fra 30 anni, saremo in 10 miliardi sulla Terra, 3 miliardi più di oggi. Se non cambiamo modello alimentare, macelleremo oltre 100 miliardi di animali ogni anno.

Una cifra insostenibile, sotto ogni punto di vista! E allora come sfameremo questa moltitudine di persone? L’industria delle carni si divora il 40% delle terre coltivabili del pianeta, con punte ben più alte nei paesi poveri e consuma, per la produzione di cereali e soia destinate all’allevamento del bestiame, ingenti quantità di riserve di carburanti fossili.

Tutto questo affinché un’esigua percentuale della popolazione terrestre, già obesa e ammalata, possa banchettare con l’alimento più alto nella catena alimentare globale e mentre circa 1 miliardo di altri esseri umani si trovano a combattere malnutrizione, carestia e morte. Sempre più terra coltivabile del pianeta è adibita alla produzione di mangimi per gli animali, o per la produzione di bio carburante, il che significa che di conseguenza sempre meno terra è riservata alla produzione di cereali e vegetali per l’alimentazione umana.

L’accordo di Parigi sul cambiamento climatico della COP 21, volontario, senza sanzioni e inoltre già respinto dagli USA del Presidente Trump, aveva posto limiti alle emissioni derivanti dai combustibili fossili, dimenticando totalmente le emissioni derivanti dall’allevamento animale. In particolare, del metano (gas serra per eccellenza), che contribuisce fortemente all’aumento di CO2 in atmosfera emesso dai bovini, da carne e da latte.

allevamento riscaldamento globaleLa verità “scomoda” che nessun politico ha il coraggio di affrontare, è che l’allevamento del bestiame è la causa principale della emissione di gas serra, quindi dell’aumento di CO2 (anidride carbonica) in atmosfera e di conseguenza del riscaldamento globale.

Inoltre, circa il 70% del suolo agricolo coltivato a cereali e soia, è destinato a nutrire gli animali da allevamento. Questo uso improprio e cieco della “risorsa” suolo, oltre che a distruggere la bio-diversità, di fatto affama intere moltitudini di popolazione dei paesi più poveri, che si vedono private di cibo dato agli animali che sfameranno la “parte ricca” degli abitanti della Terra, aumentando così disparità economiche, migrazioni di massa e tensioni sociali.

L’altra grande risorsa consumata per produrre carne, è l’acqua. Ogni giorno, nei fast food del pianeta, vengono mangiati 6 mln di hamburger. Per produrre 1 hamburger servono 1500 litri di acqua, quantità sufficiente per dissetare un uomo adulto per 1 anno e mezzo! Non va certo meglio se guardiamo con attenzione agli allevamenti di suini o di pollame. Le scelte politiche degli ultimi decenni, sono state tutte a supporto delle industrie e ben poco attente alla salute del cittadino. Da quelle farmaceutiche che producono antibiotici per “bombare” polli, tacchini e maiali e farli sopravvivere in allevamenti-lager fino al giorno di macellarli, a quelle chimiche che producono antiparassitari e concimi, a quelle alimentari che brevettano semi e producono OGM.

La resistenza agli antibiotici, gravissimo problema diffuso in tutto il pianeta e in particolare nelle nazioni ricche, che rende vani decenni di scoperte scientifiche e mette a repentaglio la nostra salute, è anche figlia della necessità assoluta di somministrarne dosi massicce agli animali negli allevamenti intensivi, solo per tenerli in vita fino alla macellazione. La metà degli antibiotici prodotti nel mondo, è utilizzata a questo scopo e la resistenza agli antibiotici di conseguenza sviluppata dai batteri, potrebbe portare in pochi decenni le infezioni ad essere la prima causa di morte di noi umani, superando i tumori.

Già, i tumori… l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità), ha ufficialmente decretato che il consumo di carni rosse e lavorate, ha una correlazione diretta con l’aumento delle possibilità di sviluppare alcune forme di cancro. Per la precisione lo studio evidenzia che la possibilità di sviluppare un forma tumorale all’apparato digerente (colon, stomaco, intestino, pancreas) aumenta del 18% consumando 50 grammi di carne lavorata o 100 grammi di carne rossa al giorno. Non è poca cosa, perché così salumi e carni rosse, finiscono nelle sostanze cancerogene di gruppo 1, in compagnia di fumo, amianto, alcool e radiazioni!

Ci ricordiamo tutti l’EXPO 2015, inutile luna park del cibo visitato da milioni di persone, che a distanza di 2 anni ci lascia in eredità l’ennesima area agricola cementificata e devastata, oltre alla consueta raffica di indagini e denunce.

Tuttavia, l’Expo, ci lascia anche la “Carta di Milano”, un impegno collettivo sul diritto al cibo, come diritto fondamentale di ogni essere umano. Come cittadini consapevoli dobbiamo vigilare sulle scelte di politica alimentare, perché siano coerenti con gli impegni descritti nella “Carta” e cioè che promuovano regimi alimentari salutari, che forniscano cibo di qualità, che siano sostenibili per l’ambiente, che salvaguardino il suolo fertile, l’acqua e la bio diversità e che non contribuiscano al cambiamento climatico.

Il cibo di cui ci nutriamo ogni giorno, deve essere frutto di nostre scelte responsabili e consapevoli! Informandoci su cosa contiene, come e dove è prodotto, perché oltre alla nostra salute, abbiamo nelle nostre mani anche il futuro del pianeta e delle generazioni che lo abiteranno.

L’articolo originale è stato pubblicato su Vivere Sostenibile  – Romagna n. 42 – Settembre 2017

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