Dialoghi sui principi della Permacultura in ambito sociale e personale. Ottavo principio: integra invece che separare

Massimo Giorgini e Giovanni Santandrea esplorano il significato dell'ottavo principio di permacultura "integra invece che separare" in ambito sociale a partire dal concetto inclusione di Jürgen Habermas

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Integra invece di separarare permacultura

A cura di Massimo Giorgini e Giovanni Santandrea

La ragione per cui il mondo manca di unità e si ritrova a pezzi
è che l’uomo manca di unità con se stesso.
(Ralph Wald Emerson)

Integra invece di seprarare permaculturaNell’ottavo principio della permacultura si afferma l’importanza delle connessioni tra gli elementi, che non è meno importante degli stessi elementi.
Nella progettazione funzionale ed autoregolante è necessario disporre gli elementi in modo che ciascuno di essi sia di supporto reciproco alle necessità degli altri elementi presenti nel sistema.

In sostanza l’ottavo principio mette l’accento sulla complessità delle relazioni tra gli elementi. Studiare tale complessità supera una tendenza molto diffusa di studiare la complessità del singolo elemento separandolo ed isolandolo.

[G] Siamo arrivati all’ottavo principio che ci presenta un tema affascinante. Lo trovo molto connesso con molti dei principi che abbiamo già esaminato, in particolare al sesto: “non produrre rifiuti”, e è assolutamente legato al decimo: “usa e valorizza la diversità”.

Quindi, cercando di mantenere il focus sul tema specifico, partirei con l’affermare che nella vita sociale e nei gruppi il principio di integrare, di creare sinergie, è tanto importante teoricamente, quanto molte volte dimenticato e non messo in pratica.

Provo a spiegarmi. Nei gruppi e nella vita sociale è molto frequente che non ci sia l’abitudine e la cultura per una vera collaborazione paritaria con altri enti o gruppi. Ritengo che questo dipenda dalle paura di perdere la ‘propria identità’ come gruppo. E per questo si preferisce progettare le proprie azioni, programmi ed iniziative. Semmai quando tutto è già deciso e delineato, si estende ad altri soggetti la possibilità di una collaborazione più o meno formale.

Ammetto che nella concretezza dei fatti, non sempre è possibile fare diversamente.

Sicuramente se i gruppi e le associazioni di un territorio avessero uno spazio vero dove progettare insieme, le azioni conseguenti avrebbero un effetto più incisivo e profondo sulla comunità locale. Tu Massimo vedi altri elementi che favoriscono od ostacolano i processi di aggregazione e sinergia tra gruppi?

[M] Credo che il maggiore ostacolo all’integrazione fra gruppi e persone sia di tipo culturale e possa essere ricercato nel nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Siamo abituati fin da piccoli a vedere tanti ambiti separati con poche possibilità di connessione e collegamenti.
A scuola lo studio è prevalentemente individuale e studiamo materie scolastiche “separate” le une dalle altre. Poi cresciamo e ci occupiamo di un lavoro monotematico e specialistico che spesso non ha collegamenti con altri ambiti della vita. Diciamo che il modo in cui la società è organizzata in questo momento storico non favorisce l’aggregazione e la sinergia. Un primo passo per favorire l’integrazione è quello di favorire lo scambio, il dialogo, la conoscenza reciproca, la contaminazione tra conoscenze, esperienze e gruppi diversi.
Quindi cosa può fare concretamente una comunità (città, quartiere, paese) per favorire questo processo? Negli ultimi decenni sono stati sperimentati tanti metodi di facilitazione per favorire lo scambio e la connessione e per stimolare la nascita di collaborazioni.
Tra questi, due tra i più noti sono il World Cafè e l’Open Space Technology. Ogni volta che ho sperimentato questi metodi, come facilitatore o semplice partecipante, ho potuto verificare il “potere” della connessione e dell’integrazione: nuove idee che nascono dall’incontro, maggiore conoscenza reciproca, benessere dovuto al dialogo ed allo scambio aperto, nuove collaborazioni e sinergie. Sono strumenti che dovrebbero essere utilizzati con continuità come antidoto alla separazione, all’individualismo ed all’isolamento tipici della nostra epoca.

[G] Quello che tu dici mi suggerisce un altro termine che negli ultimi decenni ha acquisito una grande importanza: “inclusione”. L’inclusività riguarda molti ambiti umani: i processi sociali, la sfera pedagogica, l’attenzione alla disabilità. E anche i progetti volti ad una sperimentazione di nuovi stili di vita vengono sempre più formulati attraverso processi inclusivi.

Come dice lo studioso tedesco Jürgen Habermas: “Inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere”.

 

Quindi il termine inclusione ha un carattere di maggiore fluidità e dinamicità rispetto al concetto espresso dal termine integrazione. In sostanza i processi che favoriscono l’inclusività manifestano una minore tendenza omologante. L’elemento di diversità può sussistere, senza per questo che venga meno la forza della connessione vitale verso gli altri soggetti presenti nel sistema. A mio parere si può scorgere un bel parallelismo con quanto accade nel mondo naturale.

Porterei ora il nostro dialogo sul piano individuale della persona. Quanto è importante favorire l’integrazione delle tante sfaccettature di cui l’animo umano è ricco?

[M] Molto importante l’integrazione delle diverse parti del nostro “sistema” così complesso. Semplificando possiamo affermare di essere costituiti da quattro livelli: la testa (i pensieri), il cuore (le emozioni), il corpo (le sensazioni), l’anima (le intuizioni). Sperimentiamo il benessere quando questi 4 livelli sono integrati e in sintonia. Succede a tanti di “capire” (con la testa) la necessità di un cambiamento, ma di non riuscire a creare un cambiamento effettivo nel comportamento. Spesso ci vuole forza e coraggio per mantenere la connessione anche con le nostre sensazioni ed emozioni, per verificare in ogni situazione se siamo coerenti ed autentici con ciò che pensiamo e desideriamo. Il modo migliore per favorire la coerenza e l’autenticità è quello di osservarci ed interagire in modo olistico: se capiamo qualcosa con la riflessione o l’intuizione, ricordiamoci di integrare il cambiamento anche a livello emozionale e corporeo, viceversa se facciamo un’esperienza corporea, emozionale ed intuitiva trasformante ricordiamoci di integrare il cambiamento a livello cognitivo.

L’articolo originale è stato pubblicato su Vivere Sostenibile – n. 55 dicembre/gennaio 2018/19 vivere sostenibile

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